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Ricordare l’orrore anche attraverso una partita di calcio

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata nazionale dell’alzheimer ovvero quella tremenda malattia che colpisce gli anziani nella memoria che viene gradualmente distrutta: la persona colpita rimane in vita ma perde gradualmente la propria identità. Domenica si è tenuta la giornata mondiale della memoria, la Shoah e per molti, anzi troppi, sembrava coincidere con la giornata dell’alzheimer.

Troppi vuoti di memoria, troppi equivoci, infinite gaffes.

Il periodo più tragico dell’umanità deve essere certamente ricordato per un obbligo di restituzione storica ma contemporaneamente lo deve essere per evitare qualsiasi forma di razzismo e di nuove pulizie razziali che anche le moderne tecniche di manipolazione genetica possono rendere possibile, ce lo chiedono le migliaia di persone con disabilità che sono state le prime vittime dell’olocausto, anzi le cavie per sperimentare le tecniche di sterminio. Lo chiedono i rom, gli omosessuali e soprattutto gli ebrei che più di tutti hanno vissuto non solo l’orrore dello sterminio ma persino il tentativo di annichilimento della loro personalità.

Purtroppo accanto a una mobilitazione a macchia di leopardo nel nostro continente e nel mondo, moltissime sono state le lacune o gli imbrogli. Cominciamo da Papa Benedetto XVI che non perde occasione per criminalizzare il divorzio, l’aborto, l’omosessualità e che ha speso parole assolutamente incolori e senza reale voglia di ricreare come ogni anno attenzione su questo evento che ancora ci chiama tutti a raccolta. (Non a caso durante le festività natalizie per manifestare la propria solidarietà verso i detenuti invece di andare in un carcere qualsiasi è andato a liberare il suo maggiordomo!!)

Un “non fatelo più” assolutamente insignificante! Non per fare paragoni ma infinitamente diverse furono le parole di papa Roncalli e soprattutto di Papa Giovanni Paolo II che non solo ha urlato contro l’olocausto ma è arrivato persino a chiedere scusa come Papa e come capo dei cristiani agli ebrei.

Che dire poi dell’insulto di Silvio Berlusconi alla storia e alla ragione? Meglio non parlarne, se non da medico, sotto la voce psicopatologia. Le parole imbarazzate di Pacifici ne sono un test chiarissimo. In questa realtà così contraddittoria dove persino gli ex picchiatori fascisti vanno ad Auschwitz o a Dachau ma non per una richiesta intimissima di perdono, io voglio raccontare brevemente una piccola grande storia che viene da lontano ma che è esemplare perché esprime in se un paradosso gigantesco: il razzismo che ha tra i suoi frutti più fetidi il negazionismo ed il vuoto di memoria colpisce anche lo sport più popolare del mondo.

Circa 2 settimane fa per merito del direttore del Guerin Sportivo, Matteo Marani,  che ha scritto il bellissimo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz” Ed. Aliberti frutto di 3 anni di ricerche difficilissime dell’associazione “Viva il Calcio” e delle squadre di calcio di Inter e Bologna, si è tenuta la partita di calcio Bologna – Inter alla memoria di Arpad Weisz. Chi era costui direbbe un nostro probabile Don Abbondio? Non era uno sportivo qualunque. È uno dei personaggi più significativi del calcio italiano: È l’allenatore più giovane ad aver vinto lo scudetto, quello del campionato 1929/30. Uno degli scudetti vinti è inoltre il primo assegnato con il campionato a girone unico.

Ma accadde qualcosa di incredibile. Una vera frattura della civiltà che colpì anche l’Italia molto di più di quanto ancora si voglia dire. Le leggi razziali che colpirono a fine estate del ’38 operai ed intellettuali, presidi e scienziati, amministratori e liberi professionisti lo cacciarono via dal lavoro e poi dall’Italia insieme alla moglie e ai 2 figli. Dopo un doloroso girovagare per tutta l’Europa morì all’età di 48 anni ad Auschwitz. Nessuno si ricorda più di lui, l’inventore di Meazza. Ci si ricorda della produzione dei vini, del non dire gatto se non ce l’hai nel sacco del Trap, del gioco del soldato fatto fare ai calciatori da Nereo Rocco o dello psicologo imposto ai suoi atleti da Herrera, oppure dei capelli di Conte o dei riti scaramantici del sale a terra  ed il galletto in braccio di Oronzo Pugliese e non ci si ricorda, come se non fosse esistito, di questo allenatore che ha fatto al storia del calcio, eroe e martire.

Davvero una storia esemplare la sua in positivo, ma anche un’oscura storia in mancanza della memoria del calcio e dello sport soprattutto Italiano. Se in questo periodo da parte di un’azienda privata si ricorda Jessie Howens che “mise un dito dell’occhio ad Hitler” spero che accanto al direttore… ci siano tanti ragazzi che leggano le storie di questo sportivo straordinario. La sfida della memoria inizia proprio da qui

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